DA CORIGLIANO CALABRO
PASSANDO PER NAPOLI

Uno dei più grandi protagonisti dell'operetta italiana

Vincenzo Valente nato a Corigliano Calabro il 21 febbraio del 1855 e morto a Napoli il 6 settembre 1921, è un importante protagonista dell'arte e della cultura italiana del XIX-XX secolo che, ancor oggi, vede riconosciuti, con il rilievo adeguato, i suoi notevoli meriti nel campo musicale.

"... tutti i migliori scrittori di versi hanno collaborato con lui per dare a Napoli canzoni belle e briose, sentimentali e birichine".

Corigliano Calabro, la città
che diede i natali al maestro

Vincenzo Valente nacque il 21 febbraio 1855 a Corigliano Calabro, antico borgo della Sibaritide affacciato sullo Ionio, nel cuore di quella Calabria che conserva nei suoi paesaggi e nelle sue tradizioni una straordinaria stratificazione di culture e civiltà. Arroccata su un colle dominato dal possente Castello Ducale, la città si apre verso la pianura del Crati e verso il mare, in un paesaggio di rara bellezza che ha segnato per secoli l’identità e l’immaginario dei suoi abitanti. È in questo contesto di antiche radici e vivace vita civile che il giovane Vincenzo mosse i primi passi, prima di intraprendere il viaggio verso Napoli che avrebbe trasformato un ragazzo di provincia nel compositore più amato della Belle Époque musicale partenopea. Corigliano Calabro — oggi parte della città unificata di Corigliano-Rossano — non ha mai dimenticato il suo figlio illustre: una piazza e un teatro portano il suo nome, e il Centro di Valorizzazione a lui dedicato custodisce e tramanda la memoria della sua opera.

«E Valente aveva così facile la vena melodica, così pronta la percezione artistica che la melodia fluiva limpida, chiara, in breve ora, sotto le sue dita, che scorrevano subito sulla tastiera del pianoforte, la canzone brillava nella grazia del ritmo, nel ritornello indovinato che diventava popolare». (Diego Petriccione)

UNA VITA DEDICATA ALL'OPERETTA ITALIANA

Vincenzo Valente ha dedicato la sua vita alla musica: ha cantato Napoli in tutti i toni e in tutti i ritmi, in nenie, in barcarole, in melodie sentimentali, in tarantelle, sempre deliziosamente e incomparabilmente, e fu anche creatore della macchietta e Maestro acclamato dell’operetta italiana.

Il successo dell’operetta “I Granatieri” percorse in lungo e in largo l’Italia e, non a caso, ha scritto Salvatore di Giacomo “Il successo de «I granatieri» arrivò persino in America.

Nell’operetta il Valente fu il solo maestro che in Italia seppe tenere testa ai Francesi e Tedeschi. Le sue più popolari operette gli procurarono la simpatia e la stima dei pubblici più intellettuali d’Italia e d’America”.

LA PRODUZIONE MUSICALE

Nel campo della canzone napoletana, Valente lasciò un patrimonio sterminato. Trentacinque dei suoi brani nacquero dalla collaborazione con Salvatore Di Giacomo, uno dei sodalizi artistici più fecondi dell’intera tradizione partenopea. Le sue melodie seppero catturare l’anima di Napoli — la sua malinconia, la sua ironia, la sua vitalità — con una naturalezza che le rese immediatamente popolari e durature.

Fu tuttavia nell’invenzione della macchietta che Valente espresse una delle sue intuizioni più originali. Brani comici e caratteriali, scritti in collaborazione con poeti come Ferdinando Russo e Trilussa, trovarono nel grande Nicola Maldacea l’interprete ideale, capace di portarli sui palcoscenici di tutta Italia riscuotendo consensi straordinari.

La sua notorietà raggiunse anche le prime incisioni discografiche, grazie a interpreti leggendari come Enrico Caruso, Lina Cavalieri e Roberto Murolo.

A 14 ANNI IL SUO
PRIMO SUCCESSO

Nel 1870, dopo aver composto due Messe, Valente acquisì larga popolarità grazie alla composizione della canzone T’aggia parlà nu poco.

LA CANZONE SU VERSI
DI RAFFAELE DE LILLO

La canzone fu pubblicata dall’editore don Gennaro Maddaloni che – a fronte della cessione gratuita di 50 copie – ottenne la proprietà dei diritti di vendita.

T'AGGIA PARLA'
NU POCO

Raffaele De Lillo pagò a don Gennaro 32 Lire per avere garantita la diffusione dell’opera che presto divenne dominio di tutto il popolo di Napoli e di tutti i suonatori di organetti.

IL "NAPOLETANISSIMO" VALENTE

Dopo il 1870, seguì un decennio in cui il Valente affinò le sue tecniche con lo studio soprattutto di Rossini e Beethoven: si impose all’attenzione del pubblico e cominciò a farsi apprezzare come compositore vulcanico e geniale, ordinato e profindo, capace di dominare la sua sterminata materia musicale, diventando punto di riferimento costante tra i suoi grandi estimatori. Il musicista Valente si rivelò come un vero portento della musica, tanto che i migliori poeti, primi fra tutti Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo, tentavano di accaparrarsi per i loro versi le sue fresche melodie.

La storia della canzone napoletana d’autore è possibile ricostruirla solo con la necessaria rivalutazione del Valente che la portò al massimo delle sue potenzialità espressive.

“Sciure e Suspire”, copertina dell’album di 6 canti napoletani per Piedigrotta (1891) in stile Art Nouveau come voluto dall’editore Giulio Ricordi per lanciare e valorizzare la produzione musicale di Valente in Italia e nel mondo.

Il fascicolo “Piedigrotta – Album” (1902) apre la rassegna dei musicisti con un profilo artistico di Vincenzo Valente redatto da Salvatore Di Giacomo. Nel numero unico sono inserite due composizioni del maestro. L’illustrazione di copertina è di Renato Bideri.

I fattori che determinarono – tra il 1870 e il 1880 – la nascita della melodia napoletana furono principalmente tre: il compositore si mostra sempre più sensibile ai mutamenti del sistema editoriale e alle richieste del nuovo pubblico che si va formando; il letterato diventa più consapevole del suo ruolo di “comunicatore di piazza”; il dialetto napoletano è trasformato sempre più da strumento di mimesi di una realtà sociale in lingua della lirica. L’occasione per far affermare questo modello fu la festa popolare di Piedigrotta.

Piedigrotta non era altro che la celebrazione di una festa, nei giorni 7 e 8 settembre, in onore della Madonna. Sorta in tempi remoti e protrattisi nel corso dei secoli, subì una profonda trasformazione con l’ingresso di Garibaldi in Napoli nel 1860, in quanto non vide più la partecipazione del corteo reale che si recava al Santuario.

Ai tempi della dominazione spagnola e durante il regno borbonico, l’evento aveva assunto un’imponenza maestosa. Si poteva, infatti, assistere a parate militari con Corpi di Guardia, reggimenti di linea, artiglieria e cavalleria, tutti in ossequio alla Madonna, ma nello stesso tempo motivo di ostentazione delle potenza repressiva dei Borboni.

Il cav. A. Morano, per il Centenario di Piedigrotta, preferì affidarsi al Maestro per la compilazione di un fascicolo speciale che denominò «Piedigrotta Valente». Il numero unico presentava, per la speciale ricorrenza, una splendida raccolta di canzoni dovute ai poeti più rappresentativi di Napoli: Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo e Giovanni Capurro. Nella copertina, la rappresentazione di una folla chiassosa e spassosa, munita di tamburelli, fischietti, putipù, trombettelle e scetavaiasse.

L'INCONTRO
CON GIOSUE' CARDUCCI

Sul fronte dell’operetta, Valente si impose come il solo compositore italiano capace di confrontarsi alla pari con la tradizione francese e tedesca. I Granatieri e La Rosaura Rapita ottennero successi che travalicarono i confini nazionali, approdando sui palcoscenici parigini e americani. Musicò inoltre versi di Carducci, dimostrando una capacità di muoversi con disinvoltura tra il repertorio popolare e quello della grande letteratura.

Nel 1906 Carducci celebrò il valore artistico di Valente, riconoscendone sensibilità e talento. Tra i testi più significativi, il poeta compose Amate, espressione intensa della sua visione della vita. In questa poesia l’amore è presentato come forza vitale, capace di rendere l’uomo più consapevole e legato al mondo. Valente trasformò Amate in una canzone, traducendo in musica il messaggio profondo del poeta. La melodia esprime dolcezza, intensità e un senso di rinnovamento interiore. Attraverso questa composizione, Valente unisce poesia e musica in un equilibrio raffinato. Il risultato è un’opera che amplia i confini della tradizione napoletana. Amate diventa così simbolo di un dialogo artistico tra parola e suono. Un incontro che consacra Valente come interprete sensibile della grande poesia italiana.

Copertina dello spartito di Amate!, romanza dedicata al Nobile Signore Vittorio Di Marzo, pubblicata dal Premiato Stabilimento Musicale Genesio Venturini di Firenze e distribuita a Parigi, Buenos Aires e Trieste. L’elegante illustrazione in stile Liberty ritrae una giovane donna tra i fiori, a sottolineare il carattere lirico e sentimentale del brano. La composizione testimonia la capacità di Valente di muoversi oltre i confini della canzone popolare, misurandosi con i versi del Nobel Giosuè Carducci in un connubio raffinato tra poesia colta e melodia.

Amate è una delle liriche più luminose di Carducci, in cui il poeta invita con ardore ad amare senza riserve, celebrando il sentimento amoroso come forza primigenia della vita e antidoto alla caducità dell’esistenza. Abbandonando la solennità classicheggiante, Carducci si lascia andare a un’effusione lirica calda e immediata, in cui la natura — i fiori, la luce, il profumo della primavera — diventa specchio dell’emozione interiore. L’amore è cantato come gioia piena e consapevole, come adesione totale alla bellezza del mondo: una luminosità che dovette attrarre Valente, compositore capace di restituire in melodia tutta la vitalità e la grazia dei versi carducciani.

LE PUBBLICAZIONI
CON L'EDITORE RICORDI

L’editore Ricordi pubblicò gran parte della sua produzione artistica su tutto il territorio nazionale e mondiale, altri importanti editori furono Bideri, Santojanni e Morano, quest’ultimo dedicò al maestro Valente, negli anni 1902 e 1903, due importantissimi fascicoli di Piedigrotta a lui intitolati.

Una schiera di artisti impreziosì le copertine dei suoi spartiti ispirandosi al mondo fantastico della natura in cui la figura femminile è la protagonista, secondo le tendenze e i gusti della Belle Epoque e così Dalbono, Scoppetta, Migliaro, Rossi e Hohenstein crearono veri capolavori.

Non fu un caso se l’editore Ricordi, a Napoli, incominciava a puntare tutte le sue carte sul nostro musicista, mentre, a Milano, si forzava di trovare un degno erede di Verdi, ormai vecchio. E Giulio Ricordi, con precisa determinazione, individuò in Giacomo Puccini, a Milano, e in Vincenzo Valente, a Napoli, i compositori che rappresentavano una fonte sicura di facili guadagni.(Nell’immagine la prima parte del Catalogo Ricordi 1900 pubblicato con la canzone “Ttippete-ttàppete”)

IL CONCERTO DI STATO
PER L'IMPERATORE DI GERMANIA

II 16 ottobre del 1888 giunse a Napoli l’imperatore di Germania Guglielmo II e Vincenzo Valente ebbe l’onore di preparare il concerto di Stato, a Palazzo Reale, con l’esecuzione del suo repertorio. Per l’occasione il Maestro compose per l’imperatore la serenata “A Piedegrotta” la cui musica fu rivestita di versi da Ferdinando Russo. Il musicista diede prova di grandissima abilità nel dirigere l’orchestra di 152 elementi, di cui 100 suonatori, professori di mandolini e chitarre, 50 coristi del Teatro San Carlo, un tenore e un baritono.

IL PERIODO FRANCESE

Nel 1909 Vincenzo Valente si recò in Francia, a Marsiglia e poi a Parigi, attratto, come tanti altri grandi artisti, dalla ricchezza della tradizione culturale e dallo scambio di idee e di esperienze. Il suo nome, non nuovo nell’ambiente francese, si affermò in tutta la sua grandezza. “I Granatieri” furono tradotti in francese e diedero al maestro la soddisfazione del trionfo dell’operetta italiana nei teatri francesi. Il musicista non trascurò la composizione e, sollecitato dalle imprese teatrali, riprese la direzione orchestrale che risultò superba. Diverse sono le sue composizioni in lingua francese tra cui l’operetta “vertiges d’amour” ma, nonostante il successo, il Maestro sentiva forte la nostalgia della città partenopea, per cui rientrò a Napoli alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale.

IL RITORNO A NAPOLI

Napoli l’attendeva per dargli ancora grandi soddisfazioni e così nel 1917 gli fu intitolato un altro importantissimo fascicolo “Piedigrotta 1917” con la prefazione di Salvatore Di Giacomo che rivestì di versi 4 bellissime composizioni del musicista. Il fascicolo fu edito dall’Istituto Nazionale del Commercio che per l’occasione divenne casa editrice.

Le melodie del Valente, grazie anche a grandi interpreti come Lina Cavalieri ed Enrico Caruso, furono presto conosciute nel mondo che tanto apprezzava le canzoni napoletane d’autore.

Siamo nel pieno di quello che viene identificato come il “Secolo d’oro” della canzone napoletana e Vincenzo Valente fu uno dei padri fondatori.

(Nell’immagine la nomina a Cavaliere della Repubblica Italiana pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 26 marzo 1890).

IL LEGAME CON LA TERRA NATìA

Ai Coriglianesi, in segno di ringraziamento per la calorosa accoglienza ricevuta durante una visita al suo paese d’origine, nel 1900, Vincenzo Valente inviò una commossa lettera, palesando alcune sue intime aspirazioni: «Oh! Come sarei felice di vivere in mezzo a voi in codesto paese incantato, lontano dalla ipocrisia continua delle grandi città. Oh! Come sarei beato di dar vita al canto calabrese, come ho fatto col napoletano o col sicialiano, ed infine morire in mezzo a voi con l’ultima parola sulle labbra: Corigliano… Corigliano».

Dal canto suo, Corigliano e il suo Podestà Gaetano Fino hanno ricordato degnamente l’eletto figlio, donando il nome di Lui al teatro comunale e alla piazza attigua.

GLI ULTIMI ANNI

Fu Napoli, oltre alla musica, la sua grande passione, la vera identità che sentì sua. E mai come per lui, dirsi napoletano, come asserisce lo storico Giuseppe Galasso a proposito della napoletanità di Croce, significò dirsi “del Regno di Napoli”, il che definiva insieme abruzzesi, pugliesi, lucani, calabresi, campani.

Le melodie del Valente, grazie anche a grandi interpreti come Lina Cavalieri ed Enrico Caruso, furono presto conosciute nel mondo che tanto apprezzava le canzoni napoletane d’autore.

Siamo nel pieno di quello che viene identificato come il “Secolo d’oro” della canzone napoletana e Vincenzo Valente fu uno dei padri fondatori. E, infatti, l’ultimo pensiero del Maestro, prima di morire, fu rivolto a Napoli: “E’ Napule”, questa deliziosa canzone è l’ultima che è stata musicata dal compianto Maestro.

Il 6 settembre 1921 Vincenzo Valente si congedò dalla vita, nel giorno della festa di Piedigrotta. Il “Mattino” e il “Corriere di Napoli”, nel celebrare la festa settembrina di Piedigrotta, pubblicarono la cronaca delle esequie del celebre musicista.

(Nell’immagine, Libero Bovio, L’ultimo grande musicista popolare è morto, in Il Mattino, Napoli, 8-9 settembre 1921).